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6. ANEXOS
6.1 Extractos citados en italiano
A continuación, se muestran los ejemplos expuestos en italiano a lo largo del estudio de caso según el orden de aparición en este.
1. Niente e così sia (1969):
7 febbraio sera. Non è stato facile atterrare a Than Son Nhut. I combattimenti vi infuriavano intorno, una sparatoria era in corso al cancello sudovest (…)
8 febbraio. Non è ancora l’alba ma con queste cannonate, chi dorme (...) (Fallaci, 2016:140-143)
2. Lettera a un bambino mai nato (1975):
Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla (1979:7). (…) Dieci settimane. Stai crescendo con rapidità impressionante. Quindici giorni fa misuravi meno di tre centimetri e pesavi appena quattro grammi (1979: 51). Guardava la tua fotografía sul muro: quella che ti ritrae a due mesi ingrandito quaranta volte (Fallaci, 1979: 53).
3. Un Uomo (1979):
Quel popolo che fino a ieri t’aveva scansato, lasciato solo come un cane scomodo, ignorandoti quando dicevi non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda (…) Ora ti ascoltavano, ora che eri morto (…) Impietrita dinanzi alla bara col coperchio di cristallo che esibiva la statua di marmo, il tuo corpo, gli occhi fissi al sorriso amaro e beffardo che ti increspava le labbra, aspettavo il momento in cui la piovra sarebbe irrotta nella cattedrale per rovesciarti addosso il suo amore tardivo, e un terrore mi svuotava insieme allo strazio (Fallaci, 1980:
11-12).
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4. Lettera a un bambino mai nato (1975):
a. Versión en castellano:
Con un tono que oscilaba entre solemne y alegre, ha levantado una nota y ha dicho:
“Felicidades, señora”. Automáticamente le he corregido: “Señorita”. Ha sido como darle una bofetada. Solemnidad y alegría han desaparecido y mirándome con pretendida indiferencia, ha respondido: “¡Ah!”. Después ha cogido el bolígrafo, ha borrado señora y ha escrito señorita. Así, en una habitación fría a través de la voz de un hombre fríamente vestido de blanco, la Ciencia me ha dado la noticia oficial de que estabas. No me ha impresionado en absoluto, visto que lo sabía mucho antes que ella. Sin embargo, me ha sorprendido que subrayase mi estado civil y llevase esa corrección al folio. Tenía el aire de una señal, de una complicación que está por llegar. Incluso el modo en el que inmediatamente después la Ciencia me ha dicho de desnudarme y extenderme sobre la camilla. Tanto el médico como la enfermera se comportaban como si les resultase antipática. No me miraban a la cara. Por el contrario, se intercambiaban miradas para decirse quién sabe qué. Cuando estaba sobre la camilla, la enfermera se ha irritado porque no había abierto las piernas y no las había apoyado sobre los dos apoyos de metal. Lo ha hecho ella, con fastidio, y diciendo: “¡Aquí, aquí!”. Yo me sentía ridícula y vagamente obscena. Le he estado agradecida cuando me ha cubierto el vientre con una toalla . Pero entones ha sucedido lo peor porque el médico se ha puesto un guante de goma y me ha clavado un dedo dentro, con rabia. Con el dedo dentro, ha presionado, ha hurgado, ha presionado de nuevo, haciéndome daño, y yo he tenido miedo de que te quisiera aplastar, porque no estaba casada. Al final lo ha sacado fuera y ha sentenciado: “Todo bien, todo corriente”. Me ha dado también algunos consejos, me ha dicho que el embarazo no es una enfermedad, es un estado natural, por lo tanto, está que continúe haciendo lo que hacía antes. Lo importante es que no fume mucho, no haga excesivos esfuerzos, no me lave con agua demasiado caliente, no me proponga soluciones criminales. “¿Criminales?”, he preguntado, estúpida. Y él: “La ley lo prohíbe ¡Recuerda!”. Para reforzar la amenaza me ha prescrito incluso algunas píldoras de luteína y me ha recomendado volver a su consulta cada quince días. Me lo ha recomendado sin una sonrisa, antes de informarme que el pago se regulaba en la caja. En cuanto a la enfermera, no me ha dicho ni siquiera adiós. Y, mientras cerraba la puerta, me ha parecido que movía la cabeza con desaprobación (Fallaci, 1979: 19-20).
b. Versión en italiano:
Con un tono che oscillava tra il solenne e l’allegro, ha alzato un foglietto ed ha detto:
“Congratulazioni, signora”. Automativamente ho corretto: “Signorina”. È stato come
55 tirargli uno schiaffo. Solennità ed allegria sono scomparse, e fissandomi con voluta indiferenzza, ha risposto: “Ah!”. Poi ha preso la penna, ha cancellato signora e ha scritto signorina. Così, in una stanza gelidamente bianca, attraverso la voce di un uomo gelidamente vestito di bianco, la Scienza mi ha dato l’annuncio ufficiale che c’eri. Non mi ha impressionato per niente, visto che lo sapevo già e molto prima di lei. Però mi ha sorpresa che si sottolineasse il mio stato civile e si portasse quella correzione sul foglio.
Aveva l’aria di un’avvisaglia, di una complicazione a venire. Perfino il modo in cui súbito la Scienza mi ha detto di spogliarmi e stendermi sul lettuccio non era cordiale. Sia il medio che l’infermiera si comportavanno come se gli fossi antipatica. Non mi guardavano in faccia. In compenso si scambiavano occhiate per dirsi chissacché. Quando sono stata sul lettuccio, l’infermiera s’è adirata perché non avevo divaricato le gambe e non le avevo appoggiate sulle due stampelle di metallo. Lo ha fatto lei, con fastidio, e dicendo: “Qui, qui!”. Io mi sentivo ridicola e vagamente oscena. Le sono stata grata quando mi ha coperto il ventre con un asciugamano. Ma allora è successo il peggio perché il medico mi ha infilato un guanto di gomma e mi ha ficcato un dito dentro, con rabbia. Con dito dentro, ha pigiato, ha frugato, ha pigiato di nuovo, facendomi male, e dio ho avuto paura che ti volesse schiacciare perché non ero sposata . Infine lo ha tirato fuori e ha sentenziato: “ Tutto bene, tutto regolare”. Mi ha anche dato alcuni consigli , mi ha detto che la gravidanza non è una malattia, è uno stato naturales, perciò è bene che continui a fare quel che facevo prima. L’importante è che non fumi troppo, non compia sforzi eccessivi, non mi lavi con acqua troppo calda, non mi proponga soluzioni criminale. “Criminali?” ho chiesto, stupita. E lui: “La legge lo proibisce. Ricordi!”. Per rafforzar la minaccia mi ha perfino prescritto alcune pillole di luteína e mi ha ingiunto di tornare da lui ogni quindici gioni. Me l’ha ingiunto senza un sorriso, prima di informarmi che il pagamento si regolava alla casa. Quanto all’infermiera, non mi ha salutato nemmeno. E, mentre chiudeva la porta, m’è parso che scotesse la testo dispprovazione (Fallaci, 1979: 19-20).
5. Un Uomo (1979):
Ma soprattutto accade che non ti rassegnasti mai, che non abdicasti mai al tuo ruolo di eroe che non cede. Diciassette volte fosti sorpreso a segare le sbarre del cancellino con le minuscole lime che servono ad aprire le fiale dei medicinali , cinquantadue volte fosti punito col sequestro della penna, della carta sa scrivere, della grammatica italiana, del vocabolario del Rapaccini, dei giornali e dei libri; ventinove volte conl sequestro delle scarpe e delle sigarette. Diciotto volte ti picchiarono fino a farti svenire, altrettante ti
56 misero la camicia di forza gridando che eri pazzo, e quanto agli scioperi della fame furono tanti che presto ne perdesti il conto (Fallaci, 1980: 115-116).
6. Lettera a un bambino mai nato (1975):
“ Ma lei vuole davvero questo figlio?”. Non credevo ai miei orecchi. “Naturalmente.
Perché?” gli ho risposto. “Perché molte dicono di volerlo e poi, nel subcosciente, non lo vogliono affatto. Senza realizarlo magari, fanno di tutto perché non nasca” (Fallaci, 1979:
57).
7. Lettera a un bambino mai nato (1975):
Mi ha definito assassina. Chiuso dentro il suo camice bianco, non più medico ma giudice, ha tuonato che vengo meno ai doveri più fondamentali di madre e di donna e di cittadina (Fallaci, 1979: 63).
8. Lettera a un bambino mai nato (1975):
(…) Siamo qui per giudicare la norte di un bambino che aveva raggiunto almeno i tre mesi della sua esistenza prenatale. Chi ne provocò la norte? Circostanze a noi ignote ma naturali, qualcuno che è sfuggito alla cattura, o la donna che vedete in gabbia?” (…) (Fallaci, 1979: 78).
9. Un Uomo (1979):
Un ruggito di dolore e di rabbia si alzava sulla città, e rintronava incesante, ossessivo, spazzando qualsiasi altro suono, scandendo la grande menzogna. Zi, zi, zi! Vive, vive, vive! Un ruggito che non aveva nulla di umano. Infatti non si alzava da esseri umani, creature con due braccia e due gambe e un pensiero proprio, si alzava da una bestia mostruosa e senza pensiero, la folla, la piovra che a mezzogiorno, incrostata di pugni chiusi, di volti distori, di bocche contratte, aveva invaso la piazza della cattedrale ortodossa poi allungato i tentacoli nelle strade adiacenti intasandole, sommergendole con l’implacabilità della lava (…) (Fallaci, 1980: 11).
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10. Niente e così sia (1969):
Siamo a Dak To. Un campo militare con una pista nel mezzo, bucata dai mortai di stanotte. Decine di velivoli che decollano o atterrano in una tempesta di polvere rossa, un fragor echa spacca i timpani. Centinaia di camión e jeep che trasportan soldati dallo sguardo stanco e la barba lunga. Postazioni di artigleria che vomitano cannonate ogni trenta secondi, scuotendo la terra e il tuo stomaco. Baracche squalide, triste. Eppure come doveva esser bello, allegro, il Vietnam quando non c’era la guerra. I monti dove ora si muore son blocchi di giada e smeraldo, il cielo dove ora schizzan le bombe è una cappa color fiordaliso, e il fiume che ora serve a spenger gli incendi ha un’acqua così límpida, fresca (Fallaci, 2016: 25-26).
11. Niente e così sia (1969):
Malanconicamente pensai che proprio Larry m’aveva narrato di andaré all’asalto pregnado: “Dio, non farmi moriré”. Freddamente notai che di Tinnery m’ero scordata. E risposi a Pip nello stesso spirito con cui si risponde a una ex compagna di classe che ci è stata cara e non ci dice più nulla (Fallaci, 2016: 135).
12. Niente e così sia (1969):
Perché alla guerra, vedi, non sei mai seduto in platea ad osservare: sei sempre sul palcoscenico, fai sempre parte dello spettacolo. Perfino se bevi un caffè sulla terrazza dell’hotel Continental. Potrebbe scoppiare una mina su quella terrazza, piombare una granata: ciò ti rende partecipe di una atmosfera eroica, ti impegna in una continua attenzione che esclude ogni forma di noia (Fallaci, 2016: 136-137).
13. Un Uomo (1979):
La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti. Eccola, e tu mio único interlocutore possibile, laggiù sottoterra, mentre l’orologio senza lancette segna il camino della memoria (Fallaci, 1980:17).
14. Un Uomo (1979):
58 E guardali mentre se ne stanno compunti coi loro doppiopetti grigi, le loro canicie immacolate, le loro unghie curate, la loro vomitevole rispettabilità. Poi i bugiardi che raccontano di opporsi al Potere, i demagoghi, i mestieranti della política lercia cioè i leader dei partiti con la poltroncina, giunti a gomitare perché la piovra si rifiutasse di lasciarli pasarse ma perche li voleva abbracciare (…) Poi coloro che chiamavi rivoluzionari del cazzo, futuri seguaci dei fanatici, degli assasini che sparano rivolverate in nome del proletariato e della clase operaia aggiungendo abusi agli abusi, infamie alle infamie, potere essi stessi. E guardali mentre alzano il pugno, gli ipocriti, con le loro barbette di falsi sovversivi (…) (Fallaci, 1980:13).
15. Lettera a un bambino mai nato (1975):
Stamani ho litigato con te. Ti sei offeso? Mi ha colto una specie di isteria. Ti ho detto che anch’io avevo i miei diritti, che nessuno era autorizzato a dimenticarlo e quindi nemmeno te (Fallaci, 1979: 51-52).
16. Niente e così sia (1969):
Cholon è Zona Rossa, i cartelli avvertono: “Proibito entrare. Qui comandiamo noi”.
Cholon è testarda, direbbe Loan: agli ordini di evacuare non ubbidisce nessuno. E così neanche Loan osa il massacro totale, qui, a base di cannonate e napalm. Si combatte di porta in porta, di finestra in finestra, a Cholon.I vietcong dispongono di mortai leggeri, spostabili: ti inoltri per una strada che sembra tranquilla, odi un fischio, e non fai in tempo a gettarti per terra che il razzo è già esploso.
“Attenta, giù!”
“Giù!”
Una nube di polvere che ti entra negli occhi, una pioggia di sassolini che ti cadono addosso.
“Sei ferita?”
“Io no. E tu?”
“Neanch’io. Ma quei due là stanno male.”
Sono due giornalisti della NBC. Uno è stato colpito alle gambe e uno allo stomaco (…) (Fallaci, 2016:150).
17. Un Uomo (1979):
59 Una donna che piangeva, e piangendo mi supplicava: “Non piangere!” Un’altra che si disperava, e disperandosi mi strillava: “Coraggio!” Un giovanotto con la camicia stracciata che facendosi largo nel formicaio mi porgeva un tuo quaderno del ginnasio, certo un cimelio prezioso per lui, e diveva: “Lo dò a te!” (Fallaci, 1980:15).
18. Niente e così sia (1969):
“Non ho nulla a che fare con lui, Huyn Thi An. Sono una giornalista. E sono qui per porti alcune domande”.
(…)
“Lo so che mi credi una nemica. Ma non sono una tua nemica. Devi credermi, Huyn Thi An”.
(…)
“Ti credo. Ma chiunque tu sia, non puoi capirmi”.
“Ti capisco invece, Huyn Thi An. Perché non sono americana, e vengo da un paese che non fa la guerra al tuo, e voglio scrivere bene di te. Credimi, Huyn Thi An”.
“Ti credo. Ma non voglio che tu scriva bene di me, che tu mi faccia pasarse da eroina. Ho parlato” (Fallaci, 2016: 71).
19. Niente e così sia (1969):
(…) e súbito sentii un gran male, sentii tre coltelli di fuoco che mi entravano addosso, tagliando, bruciando, un coltello dentro la schiena e due nella gamba. Cercai il coletello, nella schiena, non lo trovai: c’era solo un gran gonfio. Lo cercai nella gamba e non lo trovai: c’era solo un gran sangue. E allora rammentai che alla guerra si dice: una buona ferita è una grossa fortuna perché è difficile venir colpiti due volte. E mi avvolse un sollievo pazzo: ora, pensai, non mi ammazzano più. Ma poi rammentai che alla guerra si dice anche : puoi moriré di una ferita e basta perché resti dissanguato . E cominciai a dire:
“Sono ferita, aiutatemi per cortesía, perdo sangue” (…) E poi ricordo le scale dove c’erano tanti soldati e un soldato che mi sfila l’orologio dal polso, lo ruba ridendo. E poi una camera piena di polizioti col guanto bianco, e poi una barella distesa per terra, e poi un getto di acqua sporca che cadeva giù dal soffitto e mi rimbalzava sopra lo stomaco insieme a tracce di escrementi, puzzo di urina, perché era acqua che veniva dalle tubature rotte dei gabinetti, e qualcuno gridava ai soldati: “Spostatela di lì, por Dios!” ma i soldati
60 ridevano e mi lasciavano lì perché mi avevano messo lì apposta, per divertirsi (Fallaci, 2016: 405-406).
20. Un Uomo (1980):
La clava si abbatté sulle piante dei tuoi piedi. Una volta, due volte, decine di volte. La falanga. La tortura chiamata falanga. Che male. Che dolore intollerabile. Non solo un dolore, una corrente elettrica che dai piedi sale al cervello, dal cervello riscende agli orecchi, poi allo stomaco, al ventre, ai ginocchi dove lo spasmo si concentra. Mentre una voce ripete metodica: “Prendi questa. E questa. E questa. E questa. E questa”. Mentre il pensiero invoca: “Svenire, mioddio svenire. Non gridare, svenire”. Ma come si fa a non gridare? Ti mettesti a gridare. E allora accade qualcosa si peggio, accadde che Teofilojannacos ti tappò la bocca, perché tu non gridassi: la bocca e il naso. No, soffocare no. Non lo sopporto. Datemi tutte le bastonate del mondo, ma non toglietemi l’aria (Fallaci, 1980:43).
21. Niente e così sia (1969):
(…) un bel giovanotto dai Capelli grigi e il corpo di atleta, il volto duro ed attento, due occhi cui non sfugge nulla, insieme dolorosi ed ironici (Fallaci, 2016: 16).
22. Lettera a un bambino mai nato (1975):
Poi s’è fatto supplice, ha tentato di convincermi con la tua fotografía. Che ti osservassi bene se avevo un minimo di cuore: eri ormai un bambino in tutto e per tutto. La tua bocca non era più l’idea di una bocca : ma una bocca. Il tuo naso non era più l’idea di un naso:
ma un naso. Il tuo viso non era più l’abbozzo di un viso: ma un viso. E lo stesso il tuo corpo, le tue mani, i tuoi piedi dove le unghie erano evidente. Era evidente anche un principio di Capelli sulla testolina ben formata (…) Che studiassi la tua pelle: così delicata, così diáfana che attraverso di essa traspariva ogni vena, ogni capillare, ogni nervo. Non eri neanche più minuscolo: misuravi almeno sedici centimetri e pesavi due etti (Fallaci, 1979: 63-64).
23. Un Uomo (1979):
61 Invece ti riconobbi immediatamente perché immediatamente le nostre pupille si incontrarono scoccando, e perché quell’uomo mingherlino, bruttino, dai piccoli occhi che brucciavano neri e i grandi baffi che spiccavano neri sul pallore malato del volto non poteva essere che Huyn Thi An e Nguyen Van Sam e Chato e Julio e Marighela e padre Tito de Alenca Lima. Ed era Huyn Thi An che balzava in piedi con le braccia tese, era Nguyen Van Sam che mi veniva incontro, erano Chato e Julio e Marighela che mi stringevano dentro una morsa senza che avessi il tempo di presentarmi, dire il mio nome, era padre Tito de Alencar Lima che mi accarezzava una guancia con dita soavi. Ma era la tua voce che diceva: “Ciao, sei venuta”. Ed era una voce che al solo udirla si perdeva la pace per sempre (Fallaci, 1980: 143).
24. Un Uomo (1979):
“In fondo, non importa che mi sia andata male, mi spiego, papadopulai? Importa che uno ci abbia provato e che uno dopo ci riprovi, e riesca, perché quando cammini per strada e non dai noia ad anima viva, e passa il tale e ti prende a schiaffi, tu cosa fai?” “Gli restituisco lo schiaffo!” “Bravo. E se lui ti piglia a botte, sempre senza ragione, tu cosa fai?” “Lo piglio anch’io.” “Bravo. E se lui ti proibisce di esprimere quello che pensi, e ti mette in prigione perché la pensi in modo diverso, e la legge non ti difende in quanto non c’è più legge, sopprimere la libertà significa sopprimere anche la legge, tu che fai?” “Io, ecco, io…” “Tu lo amazzi. Non hai scelta. È una cosa terrible ammazzare, lo so, ma nelle tirannie diventa un diritto, anzi un dovere. La libertà è un dovere prima che un diritto.”
(Fallaci, 1980:62).
25. Un Uomo (1979):
“Alekos, non ti illuderai mica di condurre una campagna elettorale con un libro di poesie e qualche francobollo da appiccicare sul sedere della gente?!” “No, poi ci sono i comizi.”
“MA anche i comizi costano! Per organizzarlici vogliono molte persone e …” “Ho i miei amici.” “Avrai bisogno di automobili, di…” “ Ho le automobili dei miei amici.” “ Avrai bisogno di telefoni e…” “Sì, i teléfono sì!” “ E di un ufficio.” “L’ufficio ce l’ho.”
“Quello di via Solonos? Ma se è un buco più grande della tua cella a Boiati! Ascoltami, Alekos…” “No, non ti ascolto. Perché se ti ascolto mi tiri fuori la lógica, e con la lógica io mi scoraggio. E se mi scoraggio non vinco. I soldi li troveremo. Se non li troveremo, pazienza. Farò senza uffici, senza automobili, senza telefoni, comprerò qualche barattolo
62 di vernice, qualche pennello, e scriverò il mio nome sui muri. E se non avrò i soldi per comprare la vernice, i pennelli, lo scriverò col carbone: Votate-per- me.” (Fallaci, 1980:
284).
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6.2 Reportaje digitalizado de Oriana Fallaci en L’Europeo.
A continuación, se muestra el reportaje Dio, non farmi morire realizado por Oriana
Fallaci para L’Europeo con fotografías de Gianfranco Moroldo, publicado en el nº 2 de
L’Europeo en 1968. Estas páginas han sido cedidas por la biblioteca digital del “Istituto
Per la Storia e le Memorie del 900 Ferrucio Parri”, localizado en Bolonia.
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