Benchè sia la natura della crisi che le caratteristiche delle imprese dell’economia sociale e, ancora, l’esperienza di questi ultimi vent’anni lascino intravvedere impor- tanti nuovi ambiti di sviluppo delle imprese dell’economia sociale, occorre valutare con attenzione a quali condizioni queste potenzialità si possono tradurre in spazi reali di sviluppo. A questo fine è utile distinguere tra condizioni esterne ed interne al settore delle imprese di economia sociale.
La principale condizione esterna è una più precisa individuazione degli spazi che Stato e Mercato devono lasciare alle imprese dell’economia sociale. Non basta che le amministrazioni pubbliche esternalizzino, come hanno fatto fino ad ora, la produ- zione di alcuni servizi di interesse generale mantenendo saldamente in mano le deci- sioni su quali e quanti servizi offrire. Esse devono piuttosto rinunciare ogni volta che è possibile – purché in presenza di proposte alternative – al controllo monopolistico sia della domanda o dell’offerta di servizi, che della proprietà di beni che potrebbero essere utilizzati da organizzazioni dell’economia sociale (come nel caso dei beni cul- turali). Ma deve cambiare anche il modo di intendere la concorrenza (soprattutto a livello di Unione Europea), riconoscendo che in alcuni settori le organizzazioni del- l’economia sociale hanno caratteristiche strutturali tali da garantire una maggior qualità e continuità dell’offerta e vanno quindi favorite anche a discapito delle impre- se a scopo di profitto.
Le condizioni interne sono invece costituite da un insieme di cambiamenti nelle forme organizzative e nelle strategie di governance e di management finalizzate accre- scere la capacità delle imprese dell’economia sociale di cogliere le opportunità.
Per individuare questo secondo insieme di condizioni è necessario ricordare che il tipo di bisogni che Stato e imprese a scopo di profitto non riescono più a soddisfa- re hanno caratteristiche particolari. Innanzitutto non sempre ad essi corrisponde una domanda pagante, cioè non sempre i portatori dei bisogni hanno le risorse per acqui- stare i beni e i servizi in grado di soddisfarli. Sono inoltre caratterizzati da rilevanti asimmetrie informative tra produttori e utilizzatori e infine, trattandosi di beni di interesse generale, generano spesso esternalità positive che l’organizzazione che li produce non è in grado di internalizare, cioè di farsi riconoscere nel prezzo.
Le imprese che vogliono impegnarsi nella produzione di questi beni devono quindi avere caratteristiche coerenti con questi aspetti peculiari. Non le hanno le imprese for-profit, mentre in teoria le avrebbero quelle pubbliche la cui azione è tut- tavia limitata dalla carenza di risorse. Le hanno anche le imprese dell’economia sociale, ma non sempre esse sono sufficientemente presenti e abbastanza sviluppate anche in queste imprese perchè negli anni in cui ha dominato il modello Stato- Mercato esse, per sopravvivere, hanno spesso adottato forme proprietarie, di gover- nancee di gestione simili a quelle delle imprese for-profit. Hanno, ad esempio, pun- tato sulla crescita dimensionale per sfruttare le economie di scala, su politiche di marketing di tipo capitalistico per attirare clienti, sul contenimento della base socia- le e sull’adozione di modalità di gestione gerarchiche per sveltire i processi decisiona- li e massimizzare l’efficienza.
Ora, per sfruttare le opportunità che si aprono vanno invece rivalutati altri aspet- ti, altre caratteristiche delle imprese dell’economia sociale. Come dimostrano le tra- sformazioni sperimentate dalle forme cooperative e associative nei paesi in cui le organizzazioni dell’economia sociale hanno iniziato a svilupparsi nei nuovi settori, in particolare nei servizi diwelfare, i cambiamenti necessari sono almeno i seguenti:
1. potenziare la capacità inclusiva, ampliando le basi sociali e aprendole a una plu- ralità distakeholder;
2. garantire l’effettiva intergenerazionalità delle attraverso vincoli alla distribuzione di utili e soprattutto alla distribuzione tra i soci del patrimonio residuo in caso di scioglimento;
3. contare maggiormente sulle motivazioni intrinseche sia dei clienti che dei lavora- tori, adottando politiche di prezzo e salariali che premino queste motivazioni e non quelle estrinseche e auto-interessate;
4. precisare e rendicontare meglio la “finalità sociale” che le caratterizza, che è meno generica e più concreta di quella delle imprese a scopo di profitto perché si tra- duce nella produzione di beni con esternalità positive.
Commenterò brevemente ognuno di questi quattro punti.
Il coinvolgimento nei processi decisionali diretto e costante degli utenti e delle persone interessate è necessario, sia per individuare la domanda che per definirne le caratteristiche e le quantità dei servizi da produrre. In teoria, le cooperative e le imprese dell’economia sociale sono quelle che meglio possono garantire questo coin- volgimento perché sono possedute e gestite dagli stessi portatori di bisogni. Questo è anche il significato profondo dell’essere imprese democratiche. Tuttavia negli anni passati questa caratteristica è stata spesso considerata, sia in letteratura che dalle stes- se imprese dell’economia sociale, un limite, una causa di scarsa efficienza. E ciò ha favorito l’adozione di modalità di gestione gerarchiche che hanno in molti casi ridot- to la partecipazione a una pura formalità. Il principio di “una testa, un voto” è stato spesso svuotato di significato, riducendo al minimo la platea degli aventi diritto al voto e gli argomenti sottoposti alle decisioni dei soci. Si è posta più attenzione a
“come si vota” che a “chi” e su “cosa” si vota. Per produrre beni e servizi di interesse generale è necessario rivedere questa impostazione aumentando sia il numero e le categorie di persone coinvolte nei processi decisionali, sia le materie su cui essi sono chiamate a decidere. Questo è anche il senso del coinvolgimento nella base sociale di più categorie di portatori di interesse adottato da molte nuove (multi-stakeholder) cooperative. Cooperative che, contrariamente a quanto generalmente si sostiene, risultano, secondo le ricerche finora realizzate, più innovative, più efficaci e addirit- tura più efficienti non solo delle altre forme di impresa (pubblica e for-profit) ope- ranti negli stessi settori, ma anche delle cooperative con base sociale ridotta e com- posta da un’unica tipologia distakeholder.
A differenza di quanto spesso sostenuto, le cooperative e le imprese sociali non operano naturalmente secondo una logica di lungo periodo o intergenerazionale.
Ciò avviene solo quando, volontariamente o per legge, esse adottano un vincolo alla distribuzione tra i soci, non solo di parte degli utili correnti, ma anche e soprattutto del patrimonio in caso di scioglimento o di vendita dell’impresa. Se adottano cioè quello che in inglese si chiama “asset lock”. Esso costituisce infatti sia un potente disincentivo a sciogliere o vendere l’impresa, rendendo di fatto non vantaggiosa la demutualizzazione, sia un modo per accrescere la fiducia degli utenti, dei lavoratori e della comunità nella correttezza dei comportamenti dell’impresa. E garantisce una crescita continua e costante sia delle singole organizzazioni che dell’economia socia- le nel suo complesso.
Nonostante la teoria economica, anche quella più vicina all’economia sociale, abbia finora dato peso solo ad una componente della natura umana – l’auto-interes- se – da cui ha derivato la convinzione che la sola motivazione che spinge le persone a svolgere un’attività imprenditoriale o lavorativa sia il beneficio economico o addi- rittura il solo beneficio monetario che da essa può derivare, le imprese dell’economia sociale hanno da sempre contato anche su attori mossi anche da altre motivazioni.
Grazie all’economia sperimentale e della teoria dei giochi oggi sappiamo che la con-
cezione dell’essere umano prevalente nell’analisi economica è eccessivamente ridutti- va e che le persone decidono le attività in cui impegnarsi anche seguendo motivazio- ni intrinseche, in particolare l’interesse per le attività stesse, a prescindere dal benefi- cio economico che ne possono trarre. Le imprese dell’economia sociale sono quelle che naturalmente possono contare di più su questo tipo di motivazioni perché pro- prio l’attività che svolgono – e non il profitto che possono derivarne – costituisce l’obiettivo dell’impresa. Esse possono quindi attrarre, più delle altre forme impren- ditoriali private e delle organizzazioni pubbliche, persone interessate anche o soprat- tutto all’attività e ai suoi risultati, anche sociali. E ciò vale sia per gli utenti, che pos- sono essere coinvolti nella produzione dei servizi, che per i lavoratori remunerati e in molti casi anche per altre persone che, data la rilevanza sociale del servizio prodotto, possono impegnarvisi a titolo di volontariato. Riuscendo così non solo a garantire una maggior aderenza dei servizi ai bisogni e una maggior qualità degli stessi, ma anche costi di produzione inferiori. Aspetto quest’ultimo assai importante in un con- testo in cui le risorse disponibili per sostenere la produzione di questi sevizi sono sempre più limitate. Per attrarre persone intrinsecamente motivate le imprese del- l’economia sociale devono tuttavia adottare modalità di selezione e gestione delle risorse umane diverse da quelle praticate dalle organizzazioni pubbliche e for-profit, politiche capaci di offrire vantaggi evidenti e riconoscibili di tipo non economico e non monetario. Ciò vale soprattutto per i lavoratori: le numerose ricerche realizzate in questi anni indicano che sulla soddisfazione e la fedeltà dei lavoratori incidono, più del salario, l’autonomia, la possibilità di impegnarsi in un’attività socialmente utile, l’equità distributiva e organizzativa, la qualità delle relazioni.
Infine le imprese di economia sociale insistono spesso nella loro “funzione socia- le”, ma hanno difficoltà a definirla con precisione e quindi a rendicontarla. Oggi possiamo sostenere che, quando queste imprese si impegnano nella produzione di servizi sociali o di interesse generale, la funzione sociale è costituita dalle esternalità positive che esse generano e di cui si avvantaggiano o singole persone in condizione di bisogno, o la collettività nel suo complesso, o entrambe. Come nel caso dell’inse- rimento lavorativo di persone svantaggiate che garantisce loro una vita migliore e fa risparmiare alle pubbliche amministrazioni le spese per il sostegno al reddito e per l’erogazione di servizi, soprattutto sociali e sanitari. Al fine di affermare la propria identità, le imprese dell’economia sociale dovrebbero tuttavia impegnarsi maggior- mente nella misurazione e la rendicontazione di queste esternalità